Arrival? Sì, ma quando?

Ieri serata cinema!
Riccardo e Andrea, la coppia che abita sopra di me, sono venuti a trovarmi per una serata a base di pizza e film.
Il film in questione era Arrival di Villeneuve.
Risultato post visione del film: siamo rimasti tutti più che perplessi.

Il film con Amy Adams e Jeremy Renner era stato salutato come un gran film di fantascienza (anche se io ho preferito il film “Passengers” con Jennifer Lawrence) denso di significato e carico di mistero ma sinceramente ha deluso queste mie aspettative.
La trama è questa:
“Quando un misterioso oggetto proveniente dallo spazio atterra sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata dall'esperta linguista Louise Banks. Mentre l'umanità vacilla sull'orlo di una Guerra globale, Banks e il suo gruppo affronta una corsa contro il tempo in cerca di risposte – e per trovarle, farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana.”


I casi sono due: ho guardato un film alternativo oppure hanno presentato male la pellicola.
Arrival non è un thriller psicologico, né un vero film di fantascienza.
È più un polpettone psicologico senza troppi scossoni condito da teorie sul linguaggio e sul tempo (che riprendono un po’ Einstein).
La pellicola parte dalla fine ovvero da quando Louise, la protagonista del film ed ex compagna di Ian, ha perso la figlia Hannah morta di cancro.
Louise decide di raccontare la storia del perché ha deciso di diventare madre all’appena defunta figlia.
E così si torna indietro in un tempo non specificato ma identico al nostro presente, dove la tecnologia più avanzata è un tablet o un cellulare che si impalla perché non ha campo e dove gli alieni, nei pochi momenti in cui si vedono, sono sagome confuse nella nebbia a forma di polipo.
Non c’è una guerra, manco l’ombra. Forse l’unico accenno di guerra lo si vede quando la Cina pensa di attaccare gli alieni in seguito a una frase mal tradotta della super linguista Louise Banks che al posto di tradurre “vi daremo un dono” dice “vi daremo un’arma”.
Non faccio commenti né sull’abilità del personaggio, che passa per la super esperta in lingue e scivola sulla buccia di banana, né sul fatto che la scelta di un paese comunista per dichiarare guerra sia un cliché visto e rivisto cui gli americani sono sempre molto affezionati.

Procedo invece con la spiegazione del film.
Gli alieni, che gravitano in 12 stazioni orbitanti a forma di “D” in tutto il mondo (ma la storia si svolge solo in America), non sono invasori né sono realmente interessati a un contatto con gli umani.
Come si evince nel film, sono in stallo in attesa di ripartire in attesa di tornare sulla Terra (non si sa quando né come) e alla super linguista viene fatto un dono: imparare il linguaggio alieno, espandere la mente in modo da diventare onnisciente e insegnare la lingua degli ectapodi agli umani (dopo essere diventata straricca pubblicando libri su questi alieni).
Non c’è altro, per quanto riguarda la fantascienza.
Non c’è altro, per quanto riguarda i personaggi.
Tutto ruota intorno a Louise Banks, nessun personaggio fa davvero la differenza: sono tutte belle e inutili statuine che gravitano attorno a lei.

Il senso del film gira più che altro sulla domanda che Sua Onniscienza Banks pone a Marionetta Ian alla fine della storia: che cosa faresti se potessi vedere tutto quanto accadrà nella tua esistenza?
E lo chiede perché, dopo avere ottenuto il dono dell’onniscienza, Louise sa che se diventerà madre sua figlia Hannah morirà di cancro e nonostante questo non solo tiene all’oscuro il compagno (che poi la lascerà, giustamente incazzato, dopo aver scoperto che lei gli ha taciuto il destino della figlia) ma decide che diventerà madre.
Chiusura del film.

Adesso io personalmente avrei scelto di seguire gli alieni, se fossi stata al posto della protagonista: quando mai ti si offre l’occasione di viaggiare per l’universo con un’altra civiltà dalla quale hai tutto da imparare?
Ma siccome questa ipotesi non è contemplata nel film, bisogna arrivare al vero nocciolo che è il seguente: perché mettere al mondo un figlio sapendo già in che modo morirà?
Avendo il potere di risparmiarle una fine fatta di sofferenza, perché Louise decide di mettere Hannah al mondo?
Cosa spinge a mettere al mondo un figlio pur sapendo già come morirà?

Secondo me questo è il fulcro del film di Villeneuve (già regista di Sicario e Prisoners, entrambi bei film), l’egoismo che conduce una persona a diventare genitore anche quando non ci sono i presupposti per esserlo.
Peccato che questo delicatissimo argomento non è stato sviluppato a dovere: bastava che il regista si sganciasse dal fanta concettuale per avventurarsi in argomenti più terra terra e sarebbe venuto fuori un gran bel film e non una pellicola dalla trama smielata con situazioni ridicole, risoluzioni illogiche e pretestuose, figlio di una sceneggiatura lacunosa che allo spettatore di razionale e scientifico non spiega nulla.

Per concludere, mi terrorizza che a Villeneuve è stata affidata la regia di Blade Runner 2049, seguito di una magistrale pellicola che non aveva bisogno di un sequel.


Commenti

in effetti io avevo visto i trailer e non ero rimasto così convinto. Avevo visto giusto :-)))
Patricia Moll ha detto…
Bene... buono a sapersi. Già non amo la fantascienza così lo evito del tutto :)
Sugar Free ha detto…
L'ho trovato soporifero come pochi...
Una domanda: ma Louise soffre di enfisema?
Alla prossima!
Ofelia Deville ha detto…
@Daniele Verzetti il Rockpoeta
Io non avevo visto il trailer, altrimenti evitavo di sorbirmi il film!
Ofelia Deville ha detto…
@Patricia Moll
Hai ragione, però certi film di fantascienza vale la pena vederli.
Un abbraccio
Ofelia Deville ha detto…
@Sugar Free
Penso che questa domanda se la siano posta in molti!
Ai posteri l'ardua sentenza.

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